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28 agosto Sant’Agostino

vulnerasti cor meum verbo tuo
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Essere Agostiniano

Prevost
Robert Prevost
Priore Generale

“Essere Agostiniano è essere parte della Chiesa”
Intervista al Priore Generale uscente dell’Ordine di Sant’Agostino, padre Robert F. Prevost
ROMA, 24 Agosto 2013 (Zenit.org) – Padre Robert F. Prevost, attuale Priore Generale, è nato a Chicago il 14 settembre 1955. Dopo lo studio della teologia negli Stati Uniti, ha studiato Diritto Canonico a Roma. Ha lavorato come promotore vocazionale nella sua provincia, e nel Vicariato di Chulucanas, Perù, come formatore, professore e parroco. Era nel suo terzo anno come Padre Provinciale nella Provincia di Chicago quando è stato eletto Priore Generale nel 2001. Nel 2007 è stato rieletto per un secondo periodo di sei anni.
Siamo alla vigilia del Capitolo Generale. Quali sono i temi che verranno discussi e i compiti di questo Capitolo?
“Un Capitolo Generale è il momento di massima importanza nella vita dell’Ordine. È la riunione dei rappresentanti di tutte le Circoscrizioni dell’Ordine: vi partecipano i Padri Provinciali, i Superiori maggiori e i Delegati di tutte le Provincie e i Vicariati. È una riunione a livello globale della comunità agostiniana. Il Capitolo ha diversi compiti ma credo che sia importante sottolineare questa espressione di unità dell’Ordine, la presenza di rappresentanti dell’Ordine provenienti da tutto il mondo. Una delle prime responsabilità è l’elezione del nuovo Priore Generale; il suo mandato è di sei anni e fra le responsabilità che i Padri Capitolari si dovranno assumere è scegliere chi fra i membri dell’Ordine potrà essere il prossimo Priore Generale, cioè la persona che porterà avanti il programma capitolare e anche la vita dell’Ordine cercando soprattutto sempre di promuovere la comunione e l’unità degli Agostiniani. Il Capitolo prepara un programma, cioè prende le decisioni per la vita dell’Ordine nel prossimo periodo. Fra i temi che verranno affrontati, un approfondimento di ciò che chiamiamo la “ristrutturazione dell’Ordine”, cioè  la ricerca di una migliore definizione delle strutture interne dell’Ordine perché possano svolgere un sempre migliore servizio per i luoghi di missione dove lavoriamo. Saranno presentate tutte le circoscrizioni dell’Ordine con  forse un’enfasi maggiore su alcune missioni oggi viste con più urgenza e importanza, vi saranno proposte di studiare la possibilità di nuove missioni per l’Ordine, si rifletterà sulla possibilità dell’Ordine di rispondere alle necessità della Chiese nei diversi luoghi. Credo poi che il momento storico che la Chiesa sta vivendo debba entrare nello studio, nella riflessione e nelle preghiere dei Padri Capitolari. Celebriamo questo Capitolo oggi che tutta la Chiesa vive la novità di un nuovo Papa e del programma che Egli sta proponendo ricordandoci che la Chiesa non dovrebbe essere troppo chiusa in se stessa ma deve andare fuori, aprirsi, verso le periferie e verso gli altri. Credo che l’insistenza di Papa Francesco sull’importanza della missionarietà della Chiesa, la solidarietà con i più bisognosi, il cercare quanti ne sono fuori per farli entrare nella vita della Chiesa, sono elementi che dovranno far parte del nostro programma capitolare. C’è un Instrumentum laboris già preparato che parla del processo di rinnovamento dell’Ordine che continua dal Concilio Ecumenico Vaticano II: ricordiamo infatti la nuova redazione delle Costituzioni alla luce del Concilio che diede come frutto le Costituzioni del 1968 rinnovate nel Capitolo del 2007. Un ulteriore aspetto sarà domandarci come vivere oggi lo spirito agostiniano affinché come Ordine possiamo essere promotori della Nuova Evangelizzazione, annunciare la Parola di Dio”.
Oggi dove l’Ordine è impegnato maggiormente?
“L’impegno è maggiore ovunque e per ragioni differenti. Certamente, per le sfide che si pongono innanzi alla Chiesa oggi, penso che l’impegno che stiamo assumendo in Africa sia molto importante. Vogliamo contribuire di più alle missioni della Chiesa e nella predicazione della Parola, nei paesi dove già ci troviamo e anche in nuovi luoghi. Proprio in  questi mesi stiamo aprendo nuove case in alcuni paesi dell’Africa. Prosegue il nostro impegno in Asia e nelle Filippine. Altre sfide importanti attendono l’Ordine in Europa, dove vanta una lunga tradizione oggi offuscata da un calo di vocazioni ma dove la necessità di annunciare la Parola è sempre grande e credo che il Capitolo vorrà dedicarvi uno spazio di lavoro. Altre realtà vive l’Ordine negli Usa  dove negli ultimi anni abbiamo visto un aumento significativo delle vocazioni: si stanno aprendo nuove porte e si presentano nuove possibilità di servizio. L’America Latina è molto importante, anche per l’elezione del primo Papa latino-americano: nei paesi dove stiamo lavorando ci sono sfide grandi e possibilità grandi di rispondere ad esse per il numero di giovani frati che ci sono. Da qui emerge  la necessità di formare nella maniera migliore i nostri giovani frati”.
Un bilancio al termine del secondo mandato?
“Sto portando a termine 12 anni nell’ufficio di Priore Generale… ho molta gratitudine per aver ricevuto la fiducia e l’appoggio dell’Ordine in tutti questi anni per potere compiere questo servizio. È stata un’opportunità bellissima. Durante questi anni ho avuto l’opportunità di vedere e conoscere personalmente le missioni dell’Ordine. Ho potuto aiutare le persone, accompagnare i confratelli e insieme a loro vedere dove l’Ordine può camminare. Stiamo camminando, non possiamo restare fermi: questo concetto per me è importante, accompagnare l’Ordine, continuare il rinnovamento e allo stesso tempo camminare in avanti vedendo nuove possibilità. Un elemento che potrei sottolineare in questi anni è che siamo riusciti ad aumentare la promozione della collaborazione in tutto l’Ordine a livello internazionale. Sono stati creati organismi di collaborazione a livello continentale in tutti continenti. Esisteva già l’OALA, Organizzazione degli  Agostiniani in America Latina, poi un piccolo gruppo in America del Nord. Ora abbiamo organizzazione degli Agostiniani che servono per unire non solo spiritualmente ma efficacemente nelle missioni  in Asia, Africa, Europa dove le strutture di dialogo, di  collaborazione, di  missione sono più unite. Penso che questo sia stato un elemento importante. Ci conosciamo meglio e  quindi lavoriamo meglio insieme. Tra le altre iniziative che voglio qui ricordare,  le  nuove missioni e l’appoggio a missioni che si trovano in difficoltà: l’Ordine ha potuto rinnovare e migliorare il suo impegno in luoghi come l’Algeria dove si vivono le tensioni fra Occidente e Medio Oriente.  Non è facile vivere in situazione anche di violenza come in Nord Nigeria… Ecco credo che sia compito importante del Priore Generale accompagnare i confratelli in queste situazioni e dare un appoggio reale in queste circostanze”.
Cosa significa essere Priore Generale alla luce dell’insegnamento di Sant’Agostino?
“Ci vorrebbe una tesi per esprimere tutto ciò… In prima battuta, essere agostiniano e frate agostiniano significa amare la Chiesa. Il rapporto fra l’Ordine e il resto della Chiesa è una cosa che da una parte sembra logica e quasi non ci sarebbe neanche il bisogno di dirlo, ma allo stesso tempo occorre alimentare questo aspetto: è una ricerca continua per capire come servire la Chiesa, come collaborare sempre meglio con la Chiesa, a livello universale e anche a livello locale dove siamo presenti. Essere membro di un ordine religioso non significa essere separato o al margine dalla Chiesa universale: anzi è esserne al cuore. Questo è l’amore che  Agostino ci insegna: amare Cristo è amare la Chiesa. Essere Agostiniano è essere parte della Chiesa. Poi uno degli elementi del pensiero di Agostino che mi piace molto è l’idea della necessità di continuare sempre a camminare, di non fermarsi nel cammino. C’è un sermone molto bello dove Agostino parla di questo pellegrinaggio che è la vita cristiana, il cammino che ci porta e che vuole accogliere tutti – l’accoglienza è molto importante nel nostro spirito – per un cammino che ci porta verso il regno di Dio. Nel sermone 306 Agostino dice che in questo cammino non ci si deve comportare come coloro che vogliono fermarsi o come coloro che vogliono deviare dal cammino o addirittura tornare indietro. Tutti devono camminare e progredire, chi più velocemente e  chi meno, verso il Regno. Credo che questo sia importante per noi Agostiniani: non possiamo fermarci o deviare dal cammino. Occorre continuare sempre, anche con sacrifici e difficoltà, ma continuare sempre, essere sempre convinti della necessità di camminare. Un altro elemento che ho visto con molto interesse nella recente Giornata Mondiale della Gioventù: il Papa ha parlato dell’importanza del dialogo. Credo che il nostro Ordine, il nostro stile di vita, ha qualcosa che può contribuire alla vita della Chiesa e della società: il dialogo per promuovere la comunione, la volontà di ascoltare tutti. Ho menzionato prima l’accoglienza, cercare come invitare altri a far parte di questa esperienza, di questa realtà, di questa vita che è della Chiesa, conoscere Gesù Cristo, però non chiudendo le porte ma aprendole, promuovere il dialogo come strumento che aiuterà sempre a promuovere autentica pace e comunione nella Chiesa e nel mondo. Occorre essere chiari, bisogna insegnare sempre la verità, ma per arrivare a quello occorre promuovere questo spirito di fraternità e dialogo con tutti, camminando verso la meta”.
Un augurio per la prossima Festa di Sant’Agostino?
“Vorrei che questo stile di vita di Agostino, uomo di intelligenza e cuore, possa essere veramente modello di vita e ispirazione per tutti gli agostiniani e per la Chiesa. Ho parlato di  Papa Francesco,  bisogna riconoscere  anche in questo momento quello che abbiamo ricevuto da Benedetto XVI, quanto egli ha dato alla Chiesa anche attingendo dal patrimonio che abbiamo ricevuto da Agostino: pensiero, intelligenza, vita, conversione,  il coraggio di continuare sempre a riconoscere in sé  il bisogno di una conversione nuova e continua ma anche il coraggio di insegnare la verità, di essere uomo di ragione, di fede, di cuore. Che la figura di Sant’Agostino sia ancora oggi per noi come Agostiniani l’ispirazione e il senso della nostra vita per aiutarci a camminare come discepoli di Cristo.
Per info: http://augustinians.net
(Fonte: Curia Generalizia dell’Ordine di Sant’Agostino)

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Santa Monica mamma di Sant’Agostino

A Monica si adatta alla perfezione, la definizione che Chiara Lubich fa di Maria nei “Scritti spirituali” (Città Nuova ed.) chiamandola ‘sede della sapienza, madre di casa’; perché Monica fu il tipo di donna che seppe appunto imitare Maria in queste virtù, riuscendo ad instillare la sapienza nel cuore dei figli, donando al mondo quel genio che fu Aurelio Agostino, vescovo e Dottore della Chiesa.
Nacque a Tagaste, antica cittàa Numidia, nel 332 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla.

Santa Monica e Sant'Agostino
Santa Monica e Sant’Agostino

Nel pieno della giovinezza fu data in sposa a Patrizio, un modesto proprietario di Tagaste, membro del Consiglio Municipale, non ancora cristiano, buono ed affettuoso ma facile all’ira ed autoritario.
Per il suo carattere, pur amando intensamente Monica, non le risparmiò asprezze e infedeltà; tuttavia Monica riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, sia il caratteraccio del marito, sia i pettegolezzi delle ancelle, sia la suscettibilità della suocera.
A 22 anni le nacque il primogenito Agostino, in seguito nascerà un secondo figlio, Navigio ed una figlia di cui s’ignora il nome, ma si sa che si sposò, poi rimasta vedova divenne la badessa del monastero femminile di Ippona.
Le notizie che riportiamo sono tratte dal grande libro, sempre attuale e ricercato anche nei nostri tempi, le “Confessioni”, scritto dal figlio Agostino, che divenne così anche il suo autorevole biografo. Da buona madre diede a tutti con efficacia, una profonda educazione cristiana; dice s. Agostino che egli bevve il nome di Gesù con il latte materno; il bambino appena nato fu iscritto fra i catecumeni, anche se secondo l’usanza del tempo non fu battezzato, in attesa di un’età più adulta; crebbe con l’insegnamento materno della religione cristiana, i cui principi saranno impressi nel suo animo, anche quando era in preda all’errore.
Monica aveva tanto pregato per il marito affinché si ammansisse ed ebbe la consolazione, un anno prima che morisse, di vederlo diventare catecumeno e poi battezzato sul letto di morte nel 369.
Monica aveva 39 anni e dové prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni, ma la sua preoccupazione maggiore era il figlio Agostino, che se da piccolo era stato un bravo ragazzo, da giovane correva in modo sfrenato dietro i piaceri del mondo, mettendo in dubbio persino la fede cristiana, così radicata in lui dall’infanzia; anzi egli aveva tentato, ma senza successo, di convincere la madre ad abbandonare il cristianesimo per il manicheismo, riuscendoci poi con il fratello Navigio.
Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo.
Le vicende della vita di Monica sono strettamente legate a quelle di Agostino, così come le racconta lui stesso; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con le preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, e che contemporaneamente si dava alla bella vita, convivendo poi con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372, ebbe anche un figlio, Adeodato.
Dopo aver tentato tutti i mezzi per riportarlo sulla buona strada, Monica per ultimo gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non si sentì di cambiare vita, ed essendo terminati con successo gli studi a Cartagine, decise di spostarsi con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma.
Quella notte Monica la passò in lagrime sulla tomba di s. Cipriano; pur essendo stata ingannata, ella non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò anche lei e lo raggiunse a Milano, dove nel frattempo Agostino, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica.
Qui Monica ebbe la consolazione di vederlo frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano e poi il prepararsi al battesimo con tutta la famiglia, compreso il fratello Navigio e l’amico Alipio; dunque le sue preghiere erano state esaudite; il vescovo di Tagaste le aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lagrime vada perduto”.
Restò al fianco del figlio consigliandolo nei suoi dubbi e infine, nella notte di Pasqua del 387, poté vederlo battezzato insieme a tutti i familiari; ormai cristiano convinto profondamente, Agostino non poteva rimanere nella situazione coniugale esistente; secondo la legge romana, egli non poteva sposare la sua ancella convivente, perché di ceto inferiore e alla fine con il consiglio di Monica, ormai anziana e desiderosa di una sistemazione del figlio, si decise di rimandare, con il suo consenso, l’ancella in Africa, mentre Agostino avrebbe provveduto per lei e per il figlio Adeodato, rimasto con lui a Milano.
A questo punto Monica pensava di poter trovare una sposa cristiana adatta al ruolo, ma Agostino, con sua grande e gradita sorpresa, decise di non sposarsi più, ma di ritornare anche lui in Africa per vivere una vita monastica, anzi fondando un monastero.
Ci fu un periodo di riflessione, fatto in un ritiro a Cassiciaco presso Milano, con i suoi familiari ed amici, discutendo di filosofia e cose spirituali, sempre presente Monica, la quale partecipava con sapienza ai discorsi, al punto che il figlio volle trascrivere nei suoi scritti le parole sapienti della madre, con gran meraviglia di tutti, perché alle donne non era permesso interloquire.
Presa la decisione, partirono insieme con il resto della famiglia, lasciando Milano e diretti a Roma, poi ad Ostia Tiberina, dove affittarono un alloggio, in attesa di una nave in partenza per l’Africa.
Nelle sue ‘Confessioni,’ Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo; Monica però gli disse anche che non provava più attrattiva per questo mondo, l’unica cosa che desiderava era che il figlio divenisse cristiano, ciò era avvenuto, ma non solo, lo vedeva impegnato verso una vita addirittura di consacrato al servizio di Dio, quindi poteva morire contenta.
Nel giro di cinque-sei giorni, si mise a letto con la febbre, perdendo a volte anche la conoscenza; ai figli costernati, disse di seppellire quel suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Agostino con le lagrime agli occhi le dava il suo affetto, ripetendo “Tu mi hai generato due volte”.
La malattia (forse malaria) durò nove giorni e il 27 agosto del 387, Monica morì a 56 anni. Donna di grande intuizione e di straordinarie virtù naturali e soprannaturali, si ammirano in lei una particolare forza d’animo, un’acuta intelligenza, una grande sensibilità, raggiungendo nelle riunioni di Cassiciaco l’apice della filosofia.
Rispettosa e paziente con tutti, resisté solo al figlio tanto amato, che voleva condurla al manicheismo; era spesso sostenuta da visioni, che con sicuro istinto, sapeva distinguere quelle celesti da quelle di pura fantasia.
Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino, poste in un artistico sarcofago, scolpito da Isaia da Pisa, sempre nel sec. XV.
Santa Monica, considerata modello e patrona delle madri cristiane, è molto venerata; il suo nome è fra i più diffusi fra le donne. La sua festa si celebra il 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio il vescovo di Ippona s. Agostino, che per una singolare coincidenza, morì il 28 agosto 430.