Santuario

Della Vita e della Morte

uomoLa nostra civiltà sembra essere in preda ad una passione di morte. I figli sono considerati talvolta come l’evento più nefasto che possa accadere ad una donna, che con qualsiasi scusa può sopprimerli prima che giungano al mondo, perché limitante della libertà d’azione, oltre ai possibili problemi economici derivanti.

Il matrimonio è disprezzato, e si cerca in ogni maniera di favorire ed esaltare il legame senza legami. Il suicida non è più ostacolato, non si cerca più di convincerlo a desistere. Lo si strumentalizza, lo si giustifica, quasi lo si applaude, lo si porta in palmo di mano. Si arriva a giustificare anche l’omicidio!
Oggi, chi si sente in diritto di dover avere un lavoro è la stessa persona che, sempre più spesso, ti risponde anche che uccidere qualcuno è lecito perché sei disperato. Mediamente, questa contrapposizione di pensiero è ormai metodica e frequente: riguarda sempre un atto grave, giustificato in autonomia, in risposta a un diritto presunto di questi tempi, anche se in ogni caso sancito dalla Costituzione.
Il mondo impazzisce all’improvviso? Certo che no, ma sta sicuramente smarrendo il profondo senso dei diritti e dei doveri, del bene comune, dei valori universali. E’ chiaro che se ognuno si sente padrone di poter decidere sulla vita o sulla morte di qualcuno, indipendentemente dal motivo e in ogni momento, la differenza tra la cultura del piccone di Kabobo, il carpentiere di Casate e la legalizzazione dell’aborto o dell’eutanasia diventeranno sempre più semplici da digerire, fino a non stupire neanche più.
Il rischio è di assistere ai bambini e i giovani di oggi che cresceranno assimilando, pian piano, dal resto del mondo, queste tendenze e uno stile di vita consentito secondo opinione e non secondo natura. Sei disperato? Puoi uccidere un altro – ma anche te stesso – al quale secondo te è giusto attribuire la colpa della tua disperazione.
Qualcuno continuerà a dire ai bambini di oggi che l’uomo e la donna sono uguali e che la vita è una questione di genere in funzione di ciò che in autonomia sceglieranno di voler diventare, anche sessualmente, diversamente da quello che sono in natura. Qualcuno continuerà a dire agli stessi bambini di oggi che la vita è una questione di fortuna in funzione di ciò che ti capita e di dove nasci, eppure tutti vorrebbero diventare ricchi.
E’ così che, invece di camminare sulla via della riconciliazione con se stessi e con i propri drammi, ci si incammina su una strada di perdizione e di follia che ha molte cose a che vedere anche con i tanti atti drammatici di questi ultimi giorni. La metafora è la stessa: io scelgo il peccato, il peccatore e il giustiziere, dopo di che qualcun altro si occuperà delle conseguenze, delle priorità.
Qual è il vero problema? Siamo sempre lì: di certo si nasconde abilmente nel requisito di partenza, nel senso della vita, nella qualità dell’essere umano, inteso nel senso più nobile del termine, dotato di coscienza, spirito e verità. Cos’è davvero la povertà? Cos’è veramente la disperazione? Per cosa davvero vale la pena di vivere? E soprattutto per cosa davvero vale la pena di morire?
Non si può davvero morire per i propri debiti, non si può morire per essere rimasti senza lavoro, non si può uccidere, violentare o abusare di un altro essere umano per passare il tempo o perché si è disperati, non si può raccontare al prossimo che è bene gridare vendetta e poi stupirsi che vadano tutti a caricare un fucile, non si può essere fautori di genere e funzione, non si può vivere prevedendo tutto in anticipo, non si può vivere per il denaro, né per la carriera.

Non si può scambiare la bellezza della vita con un mutuo sulla casa. Se, prima di tutto, non capiamo questo, tutto il resto andrà avanti a ruota libera, e non per colpa di qualcuno, ma per nostra diretta responsabilità, per aver sbagliato mira e metro, che si faccia o meno una cosa in prima persona.
Si è puntato sull’austerità quando la soluzione più percorribile è quella della semplicità nello stile di vita, fatta di rinunce, anche temporanee, di ciò che ci è superfluo puntando sull’essenziale: per esempio, quante case sfitte in attesa di vendita potrebbero essere abitate da chi è senza fissa dimora? Quanti abiti non usati da tempo affollano inutilmente il nostro armadio, quando potrebbero esser utili a chi fa fatica ad arrivare a fine mese? E si potrebbe continuare con la lista all’infinito…
A proposito di vestiti, conosco un sarto bravissimo, che prima non conoscevo, che ha piena misura della perfezione e utilizza sempre il giusto metro. Grazie a Dio, da qualche anno, sto rinnovando il guardaroba della mia vita. Ringrazierò per sempre la pazienza e la perseveranza di un Dio che non smette mai di cercarci, e che attende da noi soltanto un semplice SI di adesione al Suo progetto, pronto a guarire le nostre ferite una volta che ne prendiamo piena consapevolezza.
La morte è parte integrante della nostra esistenza umana, a cominciare dalle quelle piccole morti quotidiane, a quei passi indietro che il nostro orgoglio mal sopporta, a quel fastidio che proviamo nel veder sopravanzare l’altro a noi, fino alla sofferenza e al dolore… ma senza la morte noi non potremmo gustarci la resurrezione.
Nessuno sfuggirà al suo destino di morte, perché noi tutti si assapori questo momento di distacco dalla vita terrena in modo diverso dalle altre cose sperimentate durante l’esistenza, che ci hanno soddisfatto per un istante o comunque temporaneamente.
La morte è un transito, come la chiamava San Francesco, è la porta verso la vita eterna! Non svalutiamola mettendola sullo stesso piano di un mutuo, di un lavoro, del denaro o del mancato successo…. non ne vale la pena.

@distinto68

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