Santuario

Ricordo del Maestro Ghirardi

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Il Maestro Giancarlo Ghirardi

Vent’anni or sono, il 10 aprile 1993, moriva il maestro Giancarlo Ghirardi, organista del Santuario e direttore della corale SonoRitaS.
Il nostro maestro chiudeva per sempre gli occhi alla fievole luce di questo mondo; per coloro che lo avevano conosciuto e amato fu una perdita incommensurabile.
Ancora oggi, dopo tanto tempo, provo emozione intensa nel scrivere di Lui e ne conservo un ricordo limpidissimo, che spesso riemerge nel sonno, quando uno spirito fanciullesco, sopito in qualche regione del mio animo, dipinge colori da favola e governa, per un breve istante, il mondo intimo e bizzarro dei sogni.
Era uomo di altri tempi, di fede certa e incrollabile; dotato di intuito raffinato e brillante ingegno; musicista e pittore, animato da una devozione tanto speciale per Santa Madre Chiesa, da poter oggi soltanto rimpiangere una simile.
Mi prese con se, una domenica, davanti al tabernacolo, insegnandomi a pregare per la professoressa del liceo che mi aveva umiliato con una ingiusta valutazione (posso garantire: avevo i testimoni!). Non passarono dieci giorni che insieme potevamo rallegrarci per il buon esito della successiva verifica scritta (unico risultato positivo in lingua straniera di tutto il mio curriculum scolastico!) Segno dal Cielo? Lui ci credeva fermamente e io con Lui!
Raccomandava sempre la genuflessione davanti o a lato del presbiterio. Soleva inginocchiarsi allungando il piede destro dietro di se, talvolta con il comico risultato di assestare uno sgambetto da manuale a chi, incurante del gesto, si affrettava alle sue spalle.
Era seduto in sagrestia, una mattina prima della funzione domenicale, quando mi disse: “voi giovani non pensate mai alla morte; ma io so già come avrà inizio il mio processo! Le prime parole saranno: «Tu non hai fatto niente!»”. Parlava tra il serio e il faceto; poi, dopo un breve attimo, il suo volto si illuminava della solita tipica sua smorfia divertita. Il compianto Reverendo Padre Giovanni Marchesotti lo ascoltava compiaciuto e forse desiderava aggiungere un qualche appunto.
In effetti Padre Marchesotti ben conosceva alcuni indecorosi cedimenti alle lusinghe del principe delle tenebre, di cui il maestro si era macchiato, suo malgrado.
Per esempio, preso dal rimorso al ritorno da un viaggio in Germania, dovette ricorrere alla Misericordia Divina, riconoscendo davanti al confessore, davanti al coro e davanti a mezzo mondo, di aver manomesso per invidia un bel organo, mischiandone le canne alla rinfusa.
D’altra parte l’estrosità del maestro era sorprendente, dirompente, addirittura imprevedibile e spiazzante.
Fece letteralmente “scompisciare” le suore del convento di Santa Chiara di Montefalco: queste cantavano durante le Celebrazioni occultate dal parapetto della cantoria. E lui, che le aveva di fianco e che bene era visto da loro, non esitava a seminare distrazione, distogliendo le sorelle dalle Sacre Funzioni.
In questi frangenti il maestro attingeva ampiamente da uno sconfinato repertorio di racconti, aneddoti, squisitezze o stramberie, senza lesinare qualche accento malizioso (che, in fondo, era assai apprezzato!)
Ero presente un pomeriggio mentre il maestro, con l’inseparabile moglie Signora Clara, intratteneva loquacemente la madre badessa e la custode della portineria del medesimo convento, suscitando una tale ilarità, che non saprei meglio descrivere se non con l’immagine inconsueta delle due religiose chine, con le mani sul ventre, in apnea per il gran ridere.
Il sorriso spontaneo, ingenuo, puerile e radioso delle suore, che il maestro faceva trabordare, era qualcosa di impagabile e scaturiva con la soavità di una preghiera intensa e partecipata dal profondo del cuore. Anche questi momenti, vissuti in compagnia del maestro, erano una professione di fede.
Proverbiale era l’energia inesauribile che il maestro impegnava durante le prove della corale SonoRitaS e che, perfino, riusciva a trasmettere ai suoi componenti.
Ricordo bene la trasferta del coro a Santa Chiara, anche perché avevo da poco conseguito la patente di guida e, ciononostante, non fui compreso nei turni al volante programmati per il viaggio (somma ingiustizia!). Ero il più giovane tra i coristi, per cui le mie opinioni godevano di considerazione nulla (o quasi!). Ma la corale era anche questo: una piccola grande famiglia, dove agli anziani brontoloni (quanto brontoloni!) seguivano nuove leve in reciproca armonia non sempre scontata.
Furono giorni di prove estenuanti, che iniziavano poco dopo la colazione e proseguivano fin oltre la cena. Ricordo pure di aver tentato la fuga, una sera quando il ripasso e lo studio delle musiche sembravano non aver più fine.
Il maestro non sedeva all’organo e nemmeno si poneva alla testa dei suoi cori per compiacersi della musica che scriveva in prima persona e che riusciva sempre limpida ed equilibrata, da una penna facile e sapiente. Piuttosto percepiva l’enorme privilegio di offrire la propria abilità al Culto Divino come una gravosa e solenne investitura.
Si officiava al cospetto dell’Altissimo e si offriva con intenzione perfetta e autentica. Ogni preludio, ogni mottetto per la Santa Messa doveva essere lungamente studiato e meditato, perché fosse reputato dagli Angeli sufficientemente degno per la Gloria dell’Onnipotente. Lo stile polifonico e concertato di alto lignaggio era una imprescindibile necessità, quasi un comandamento che non poteva essere disatteso.
A Santa Madre Chiesa e alla sua Santa Liturgia riservava ogni forza, con dedizione esemplare, fino a disistimare un incarico ben più prestigioso e, assai probabilmente, meglio remunerato (non mi pare cosa di poco conto!)
Quante volte giungevano le quattro, le cinque, le sei del mattino, mentre la nostra combriccola, allegra e spensierata, ascoltava dal maestro episodi mille volte narrati, curiosità ormai conosciute fin nei minimi particolari perfino dai muri delle cucine delle foresterie in cui eravamo ospitati e che (chissà perché?) erano il luogo prediletto per le nostre adunate.
La musica, ma ancor prima la Chiesa, la Celebrazione erano il perno intorno al quale si snodava ogni vicenda, seria o scherzosa che fosse.
Mio caro maestro… ricordi?
Un giorno, vent’anni or sono, uno degli ultimi giorni in cui abbiamo parlato, io, che mai avevo osato rivolgerTi la parola confidenzialmente, dissi: “se un giorno sarò un musicista, il merito sarà soltanto Suo!”.
Avevo maturato decisioni che Tu non condividevi e un’altra strada. Allora mi risposi: “lo sarai per merito di chi, dopo di me, ti avrà insegnato!”.
Sono vere l’una e l’altra affermazione.
Non Ti ho dimenticato! Ancora è struggente non averTi qui!
Con gratitudine infinita.
Carlo Mazzone.

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Un pensiero riguardo “Ricordo del Maestro Ghirardi”

  1. Lo ricordo con tanta emozione, ricordo la sua musica e la gioia che trasmetteva nel suonarla, mi commuove ricordarlo sempre sorridente nella sua burberà serietà.
    Ricordo i brividi provati nel sentirlo suonare una sera nel santuario, penso non dimenticherò mai quelle emozioni che mi accompagneranno per tutta la vita…
    Abitavo nella stessa casa e sono stato per poco tempo un suo allievo, era bello sentire il cupo suono della pedaliera quando suonava in casa, era bello quando seduto accanto a me suonava per trasmettere quella sua passione che si poteva toccare, ero un ragazzino ma non ho dimenticato quanto mi ha fatto amare quelle note…
    Grazie Maestro Ghirardi…
    Fabrizio

    Se nel programma del Santuario ci fosse un corcerto per ricordarlo mi piacerebbe partecipare.
    fabrynella@gmail.com

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