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Tardi t’amai

ardi t’amai, 
bellezza così antica, 
così nuova, 
tardi t’amai! 
Ed ecco, 
tu eri dentro di me 
ed io fuori di me 
ti cercavo 
e mi gettavo 
deforme 
sulle belle forme 
della tua creazione… 
Tu hai chiamato 
e gridato, 
hai spezzato la mia sordità,
hai brillato 
e balenato, 
hai dissipato la mia cecità, 
hai sparso la tua fragranza
ed io respirai, 
ed ora anelo verso di te;
ti ho gustata 
ed ora
ho fame e sete, 
mi hai toccato, 
ed io arsi 
nel desiderio 
della tua pace 

(SANT’AGOSTINO, Le Confessioni, X, 27)

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Sant’Agostino vita e opere

LA VITA E LE OPERE

S. Agostino fu il più grande filosofo della patristica.
Egli nacque a Tagaste, in Africa, nel 354, da Patrizio pagano, che si convertì al Cristianesimo su letto di morte, e da Monica cristiana, poi santificata dalla chiesa.
Studiò retorica a Madaura e a Cartagine, e insegnò la medesima disciplina a Roma e Milano.
Temperamento profondamente passionale, condusse una giovinezza piuttosto dissipata; ma poi, dopo laboriose peripezie di pensiero e di cuore, che si possono distinguere in quattro tappe (lettura dell’Ortensio di Cicerone, contenente un’appassionata apostrofe alla filosofia – Manicheismo – Scetticismo accademico – Neoplatonismo), fu commosso dalle prediche di S. Ambrogio a Milano, e, ritiratosi a Cassago in Brianza, si convertì al Cristianesimo (386).
Ritornato a Tagaste, fu creato prete, e quindi vescovo di Ipponia; come tale badò a difendere l’unità della dottrina e della Chiesa cristiana contro le eresie dei pelagiani e dei donatisti, tanto che nel primo trentennio del sec. V tutto il mondo cristiano d’Occidente sembr far capo a lui come centro di irradiazione delle idee ortodosse.
Morì nel 430, mentre Genserico, a capo di un esercito di Vandali, dopo aver invaso la Numidia, poneva l’assedio a Ipponia.

Opere
Contra Academicos, De vita beata, Soliloquia, ecc., che appartengono al periodo cosiddetto diCassiciacum (soggiorno di Cassago); De libero arbitrio, De vera religione, De trinitate, Confessiones, De civitate Dei, ecc., che appartengono al periodo posteriore alla conversione;Retractiones, scritte poco prima di morire, specie di recensione di tutte le opere precedenti con l’intento di ridurle nei limiti dell’ortodossia.
Numerosissimi inoltre gli scritti antipelagiani, in forma di opuscoli e di missive pastorali; e molto importanti le Lettere.

Pensiero

La filosofia di S. Agostino non è esposta sistematicaemnte in nessuna delle sue opere, ma si sviluppa occasionalmente nella trattazione di argomenti diversi, soprattutto teologici.
S. Agostino si ispira nella sua filosofia principalmente a Platone.
Egli, a differenza di quanto farà poi S. Tommaso, non distingue nettamente le verità dalla ragione delle verità di fede, perchè – in base alla teoria dell’illuminazione – le prime si identificano con le seconde, venendoci insegnate direttamente da Dio.
Di qui il suo motto: intellige ut credas, crede ut intelligas.

Problema gnoseologico
E’ il punto di partenza della filosofia agostiniana.

  1. S. Agostino muove dal dubbio sistematico della Nuova Accademia (probabilismo), e giunge a dimostrare l’esistenza dell’anima e della verità. Si fallor sum – egli afferma; o in altre parole, chi dubita, in quanto dubita, deve ammettere l’esistenza del pensiero che dubita: cioè l’esistenza dell’anima e della verità. S. Agostino si da quindi a considerare i caratteri della verità, e trova che essa è dotata di tali caratteri di universalità e necessità, per cui non può derivare dalle sensazioni particolari e contingenti, ma è innata, interiore all’uomo (cfr. Platone). Per trovare la verità – afferma S. Agostino – bisogna ritirarsi dall’esteriorità delle cose materiali, che, in quanto oggetto di pensiero, sono oggetto di dubbio; e concentrarsi nell’interiorità della propria coscienza, intesa come attività pensante, indipendente da ogni oggetto di pensiero: Noli foras exire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.
  2. Ma il concetto di una interiorità della verità allo spirito dell’uomo (con cui S.Agostino sembra precorrere certe posizioni della filosofia moderna), non significa immanenza della verità allo spirito stesso. S. Agostino ammette, al di là della verità sogettiva ed umana, una verità oggettiva e trascendentale, principio e norma di tutte le verità particolari: la verità è in noi, ma noi non siamo gli artefici della verità. La verità è infatti dotata di caratteri dell’universalità e della necessità, ma tali caratteri non possono derivare dal pensiero soggettivo, il quale – in quanto tale – è sottoposto a cangiamento (è questo un dogma del pensiero greco): dunque essa insiste in un pensiero oggettivo e trascendentale, in una Verità assoluta ed eterna, Dio. Il quale Dio è – platonicamente – Logos, Mente, sede delle idee archetipe delle cose esistenti; ma a differenza di Platone, che poneva queste idee come sussistenti in sè, cadendo nell’assurdo di idee che esistono senza essere pensate da nessuno, S. Agostino corregge la teoria platonica ponendo le Idee nella mente di Dio.
  3. Il concetto di verita trascendentale in cui insistono le inferiori verità, interiori allo spirito dell’uomo, trascina con se la famosa teoria agostiniana dell’illuminazione, in cui taluni vollero vedere tracce di ontologismo. La verità è innata; ma a differenza di Platone, che ammetteva la preesistenza delle anime al corpo e quindi faceva del conoscere un ricordare, Agostino ammette una speciale illuminazione dell’intelligenza da parte di Dio, che, all’occasione delle percezioni sensibili, produce nella nostra intelligenza le idee. In tal modo, le verità di ragione si riducono ad essere delle verità rivelate: non il lume naturale della ragione ma il soccorso divino ci rende capaci di verità, e Dio è ilo nostro Maestro.

Problema morale
E’ un problema capitale dell’agostinismo.

  1. Come nel problema gnoseologico S. Agostino era partito in polemica contro il dubbio sistematico degli Accademici, qui egli parte in polemica contro la negazione del libero arbitrio e la sostanzialità del male affermate dal Manicheismo. Egli si appella in parte alla teoria di Origene e in parte alla propria esperienza personale (cfr. Confess.: “quando volevo o non volevo qualche cosa, ero certissimo che ero proprio io a volere o non volere; così in qualche modo avvertivo che lì era la causa del mio peccare”). Il male non è creato da Dio, perchè Dio, che è sommo bene, non può ceare se non cose buone; e neppure dalla materia che è creata da Dio, e quindi in se stessa buona: ma dalla libera volontà dell’uomo. La volontà dell’uomo, come tutte le cose create da Dio, è in se perfetta, e  perciò dotata di libero arbitrio; ma appunto perchè volontà libera, è volontà peccabile, capace di generare il male. Il quale male, inerendo ad una realtà perfetta e buona come la volontà, non può esistere come realtà positiva ed autonoma, ma come realtà negativa (non sostanzialità del male): esso consiste in un “pervertimento della volontà che si torce da Dio (aversio a Deo) verso le cose inferiori”, o – in altre parole – in un difetto o privazione o non-essere, che la volontà buona fa in se per propria libera determinazione.
  2. Ma il concetto di una libertà dello spirito (con cui S.Agostino sembra precorrere anche qui certe posizioni della filosofia moderna), non significa libertà assoluta dello spirito stesso, in modo che questo si renda capace di liberarsi dal male e di diventare principio di spiritualità e di progresso. S. Agostino ammette al di là della libertà dello spirito le tristi conseguenze della Caduta di Adamo su di esso, e la necessità della Grazia Divina perche si possa riscattare dal male: ciò specialmente all’epoca della polemica pelegiana (Pelagio, monaco della Gran Bretagna del V sec., e il suo discepolo Celestio, in nome della Giustizia divina, che non può punire nei posteri il peccato dei progenitori, affermavano che la libertà era rimasta integra in ogni uomo, anche dopo il peccato di Adamo; il che veniva a negare la necessità della Grazia e dell’Incarnazione per la nostra redenzione. Egli vedeva nell’incarnazione un esempio, non una redenzione).mIl libero arbitrio in altre parole è una condizione necessaria, ma non sufficiente per operare il bene. E poichè l’uomo, dopo il peccato di Adamo, non ha diritto alcuno alla Grazia, Dio dona la propria Grazia a chi vuole (predestinazione). Nonostante le implicite difficoltà, S. Agostino ottenne il riconoscimento della sua dottrina della Grazia (onde il titolo di Dottore della Grazia) e la condanna della dottrina pelagica. In seguito la chiesa cercò di attenuare le conseguenze estreme della dottrina agostiniana, dandone, con S. Tommaso, un’interpretazione più mite (la volontà è veramente libera e Dio concede a tutti la sua Grazia), onde invalse la regola: Augustinus eget, Thoma interprete.

Problema del divenire e di Dio
Sono, anche questi, problemi di singolare importanza nella speculazione agostiniana.

  1. Tutta la filosofia greca aveva posto il dualismo di Essere e di Divenire, concependo quest’ultimo, eleaticamente e platonicamente, come illusione ed apparenza. S. Agostino, uniformandosi allo spirito del Cristianesimo, che nella sua più intima sostanza rappresenta un accostamento del Divino all’umano, dell’Unità alla molteplicità riabilita il divenire sensibile mediante il concetto di Provvidenza. Il divenire, l’apparenza, viene rivalutato come espressione dell’Essere, come opera dell’attività incessante del Creatore: la creazione non è soltanto un atto iniziale, col quale Dio ha dato origine al mondo, abbandonandolo poscia a se stesso; ma è atto incessante, forza produttrice che sostiene il mondo che essa ha prodotto; e la natura svanirebbe se non fosse sostenuta dall’attività incessante di Dio. Di qui il nuovo concetto non più materialistico e meccanico, ma spirituale e finalistico, della natura e della storia. Interessante, da tale punto di vista, l’opera De civitate Dei, scritta dopo il saccheggio di Roma fatto da Alarico, in cui è contenuta tutta un’originale filosofia della storia. Prendendo occasione dall’accusa, che i pagani muovevano ai cristiani, di essere la causa della rovina dell’impero romano, S. Agostino mostra i disegni della Provvidenza che, dirigendo le vicende dei popoli, sa ricavare dalle contese dei buoni (Civitas Dei) coi malvagi (Civitas terrena) il miglior bene. Naturalemnte la città terrena, in quanto serve ai fini della città divina, è implicitamente subordinata a quest’ultima: concetto notevole, per cui Agostino si può considerare come l’ispiratore di tutta la posteriore politica di rivendicazione della Chiesa di fronte all’Impero.
  2. Ma anche qui il concetto di un divenire cui è immanente il divino, non significa immanenza e panteismo. Agostino ammette, al di là del divenire sensibile, un Dio trascendentale e creatore, che, pertanto, non è la creazione, pur essendo nella creazione. Ecco i principali caratteri della natura di Dio:
    • trascendenza – Dio, pure essendo, in quanto Verità, presente in qualche modo nella nostra anima, non è nella nostra anima: pur essendo, in quanto attività creatrice, presente nella natura: non è nella natura: egli è in se stesso, al di sopra di noi e della natura, fuori del tempo e dello spazio.
    • Amore, Provvidenza, Felicità, Bene – Dio non è solo fredda contemplazione, come in Aristotele, ma è amore provvidente, che la nostra anima può sentire in sè, per essere sorretta nei suoi smarimenti.
    • ineffabilità – Dio, in quanto puro spirito, trascende di gran lunga le possibilità conoscitive del nostro pensiero (cfr. Uno di Plotino).

    Tuttavia, in quanto Verità assoluta, Dio non può essere conosciuto in via analogica dal nostro pensiero, che è pur verità: è come la coscienza umana, pur nella sua unità, si spiega in una tripartizione fondamentale di rappresentazione (memoria), giudizio (intellectus) e volontà (voluntas), analogamente l’unità di Dio si spiega in una Trinità di Essere (Padre), Sapienza(Figlio) e Volontà (Spirito Santo).
    Il Padre ha dato a tutte le cose l’essere, il Figlio la razionalità, lo Spirito Santo l’amore; perciò Essere, Sapienza e Volontà sono determinazioni fondamentali di tutte le cose.

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Santa Monica 27 agosto

A Monica si adatta alla perfezione, la definizione che Chiara Lubich fa di Maria nei “Scritti spirituali” (Città Nuova ed.) chiamandola ‘sede della sapienza, madre di casa’; perché Monica fu il tipo di donna che seppe appunto imitare Maria in queste virtù, riuscendo ad instillare la sapienza nel cuore dei figli, donando al mondo quel genio che fu Aurelio Agostino, vescovo e Dottore della Chiesa.
Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla.
Nel pieno della giovinezza fu data in sposa a Patrizio, un modesto proprietario di Tagaste, membro del Consiglio Municipale, non ancora cristiano, buono ed affettuoso ma facile all’ira ed autoritario.
Per il suo carattere, pur amando intensamente Monica, non le risparmiò asprezze e infedeltà; tuttavia Monica riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, sia il caratteraccio del marito, sia i pettegolezzi delle ancelle, sia la suscettibilità della suocera.
A 22 anni le nacque il primogenito Agostino, in seguito nascerà un secondo figlio, Navigio ed una figlia di cui s’ignora il nome, ma si sa che si sposò, poi rimasta vedova divenne la badessa del monastero femminile di Ippona.
Le notizie che riportiamo sono tratte dal grande libro, sempre attuale e ricercato anche nei nostri tempi, le “Confessioni”, scritto dal figlio Agostino, che divenne così anche il suo autorevole biografo. Da buona madre diede a tutti con efficacia, una profonda educazione cristiana; dice s. Agostino che egli bevve il nome di Gesù con il latte materno; il bambino appena nato fu iscritto fra i catecumeni, anche se secondo l’usanza del tempo non fu battezzato, in attesa di un’età più adulta; crebbe con l’insegnamento materno della religione cristiana, i cui principi saranno impressi nel suo animo, anche quando era in preda all’errore.
Monica aveva tanto pregato per il marito affinché si ammansisse ed ebbe la consolazione, un anno prima che morisse, di vederlo diventare catecumeno e poi battezzato sul letto di morte nel 369.
Monica aveva 39 anni e dové prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni, ma la sua preoccupazione maggiore era il figlio Agostino, che se da piccolo era stato un bravo ragazzo, da giovane correva in modo sfrenato dietro i piaceri del mondo, mettendo in dubbio persino la fede cristiana, così radicata in lui dall’infanzia; anzi egli aveva tentato, ma senza successo, di convincere la madre ad abbandonare il cristianesimo per il manicheismo, riuscendoci poi con il fratello Navigio.
Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo.
Le vicende della vita di Monica sono strettamente legate a quelle di Agostino, così come le racconta lui stesso; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con le preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, e che contemporaneamente si dava alla bella vita, convivendo poi con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372, ebbe anche un figlio, Adeodato.
Dopo aver tentato tutti i mezzi per riportarlo sulla buona strada, Monica per ultimo gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non si sentì di cambiare vita, ed essendo terminati con successo gli studi a Cartagine, decise di spostarsi con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma.
Quella notte Monica la passò in lagrime sulla tomba di s. Cipriano; pur essendo stata ingannata, ella non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò anche lei e lo raggiunse a Milano, dove nel frattempo Agostino, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica.
Qui Monica ebbe la consolazione di vederlo frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano e poi il prepararsi al battesimo con tutta la famiglia, compreso il fratello Navigio e l’amico Alipio; dunque le sue preghiere erano state esaudite; il vescovo di Tagaste le aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lagrime vada perduto”.
Restò al fianco del figlio consigliandolo nei suoi dubbi e infine, nella notte di Pasqua del 387, poté vederlo battezzato insieme a tutti i familiari; ormai cristiano convinto profondamente, Agostino non poteva rimanere nella situazione coniugale esistente; secondo la legge romana, egli non poteva sposare la sua ancella convivente, perché di ceto inferiore e alla fine con il consiglio di Monica, ormai anziana e desiderosa di una sistemazione del figlio, si decise di rimandare, con il suo consenso, l’ancella in Africa, mentre Agostino avrebbe provveduto per lei e per il figlio Adeodato, rimasto con lui a Milano.
A questo punto Monica pensava di poter trovare una sposa cristiana adatta al ruolo, ma Agostino, con sua grande e gradita sorpresa, decise di non sposarsi più, ma di ritornare anche lui in Africa per vivere una vita monastica, anzi fondando un monastero.
Ci fu un periodo di riflessione, fatto in un ritiro a Cassiciaco presso Milano, con i suoi familiari ed amici, discutendo di filosofia e cose spirituali, sempre presente Monica, la quale partecipava con sapienza ai discorsi, al punto che il figlio volle trascrivere nei suoi scritti le parole sapienti della madre, con gran meraviglia di tutti, perché alle donne non era permesso interloquire.
Presa la decisione, partirono insieme con il resto della famiglia, lasciando Milano e diretti a Roma, poi ad Ostia Tiberina, dove affittarono un alloggio, in attesa di una nave in partenza per l’Africa.
Nelle sue ‘Confessioni,’ Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo; Monica però gli disse anche che non provava più attrattiva per questo mondo, l’unica cosa che desiderava era che il figlio divenisse cristiano, ciò era avvenuto, ma non solo, lo vedeva impegnato verso una vita addirittura di consacrato al servizio di Dio, quindi poteva morire contenta.
Nel giro di cinque-sei giorni, si mise a letto con la febbre, perdendo a volte anche la conoscenza; ai figli costernati, disse di seppellire quel suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Agostino con le lagrime agli occhi le dava il suo affetto, ripetendo “Tu mi hai generato due volte”.
La malattia (forse malaria) durò nove giorni e il 27 agosto del 387, Monica morì a 56 anni. Donna di grande intuizione e di straordinarie virtù naturali e soprannaturali, si ammirano in lei una particolare forza d’animo, un’acuta intelligenza, una grande sensibilità, raggiungendo nelle riunioni di Cassiciaco l’apice della filosofia.
Rispettosa e paziente con tutti, resisté solo al figlio tanto amato, che voleva condurla al manicheismo; era spesso sostenuta da visioni, che con sicuro istinto, sapeva distinguere quelle celesti da quelle di pura fantasia.
Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino, poste in un artistico sarcofago, scolpito da Isaia da Pisa, sempre nel sec. XV.
Santa Monica, considerata modello e patrona delle madri cristiane, è molto venerata; il suo nome è fra i più diffusi fra le donne. La sua festa si celebra il 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio il vescovo di Ippona s. Agostino, che per una singolare coincidenza, morì il 28 agosto 430.

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Il Signore ha dato, Il Signore ha tolto

E’ difficile accettare il fatto che un essere vivente, fino a quel momento cresciuto nel grembo della madre, possa cessare di vivere improvvisamente e senza una ragione evidente.
Ancora più complicato è parlarne, in quanto la perdita di un bimbo prima della nascita è un tema tabù, evitando il confronto per dimenticare l’insuccesso, perché tale lo si ritiene socialmente.
Ogni desiderio deve diventare realtà, anche quello di un figlio; l’immaginario collettivo lascia uno spazio esiguo a questo tipo di lutto, sebbene anche il dolore provocato dalla perdita di un figlio durante la gravidanza vada vissuto come quello dato dalla perdita di una persona che ha vissuto.
Noi abbiamo scelto di condividere la nostra esperienza semplicemente per testimoniare che questo “piccolino” ha condiviso con noi 6 settimane della nostra vita, facendo sentire la sua presenza di figlio, pur percepita diversamente dalla mamma e dal papà.
Quanti interrogativi ci siamo posti sul senso della vita umana, tanto fragile di fronte al mistero del dolore; per chi non crede, non c’è altra via di uscita se non la disperazione. Per chi crede, invece, la sofferenza ha un senso e può servire alla crescita, umana e di fede, imitando l’unico vero modello di riferimento: Gesù Cristo .
Ma non scatta in automatico, occorre percorrere la via dolorosa della rassegnazione attiva, dell’accettazione del disegno divino tuttora incomprensibile, passando anche per la ribellione del sentirsi abbandonato da Dio.
Come papà in attesa, ho vissuto questo periodo con tranquillità, felice del futuro da genitore che m’avrebbe riservato la prossima primavera, raccontando in ufficio senza alcuna remora del lieto evento prossimo venturo, finché all’ecografia di fine luglio, una doccia raggelante che ti priva del respiro.
L’anno scorso abbiamo vissuto un’altro episodio simile, una gravidanza extrauterina dopo 3 mesi di matrimonio, più intenso e duro da affrontare, essendo a rischio anche la vita di mia moglie; per intenderci, in clima olimpico, sarebbe come confrontare una squalifica per falsa partenza con un ritiro in corsa prima di arrivare al traguardo.
Per tale ragione, una volta appurato che stavolta l’embrione fosse in utero e ben impiantato, ho dato per scontato il felice epilogo ed ho assistito alla prima ecografia ammirato nell’osservare la camera gestazionale, il sacco vitellino e l’embrione.
Poi la frase del medico: “Non ho buone notizie, non c’è più battito” che mi ha fatto precipitare nello sconforto, ponendomi di fronte alla situazione nuda e cruda, lasciandomi solo con le mie domande ed un pensiero dominante: “Non ci meritiamo tutto questo!”
Si perché il baratto, anche nella fede, è un concetto ben radicato in noi: ci sembra iniquo non veder realizzato un proprio desiderio, dopo che si è operato per il bene (almeno i tentativi si fanno) nel recente passato. Invece Dio Padre … “fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5:45).
Non è facile accettare la Volontà di Dio quando questa ci è indigesta: credo sia fisiologico passare per il tunnel della ribellione, per poi arrivare alla rassegnazione attiva, che comporta la ripartenza nella quotidianità con l’animo sereno, consapevoli che Dio Padre voglia soltanto il bene dei suoi figli.

Altro passaggio complicato è stato comunicare la notizia a mia madre, che già sofferente di crisi depressive, si era ancorata alla notizia di questo primo nipote venturo; ecco, erroneamente pensavo di dover fare quello “forte”, ma dopo un pianto liberatorio (eh si, anche gli uomini piangono) ho trovato le parole, e devo esser stato abbastanza convincente visto i risultati ottenuti.

Nel mettermi a nudo sperimentando la mia debolezza senza vergogna, si è manifestata la potenza di Dio restando accanto a Cristina sostenendola nel suo dolore.

Per me, mamma, perdere i miei figli è stato un dolore atroce, viscerale. Stare col proprio figlio per qualche tempo e poi sentirtelo strappare via è lacerante!

Appresa la diagnosi, confermata anche da un secondo ginecologo, ho cercato di accogliere la volontà di Dio ma per quanto mi sforzassi non riuscivo a dire si!!!
Trovandomi sprofondata nel baratro del mio no ho invocato Dio Padre di farmi questa grazia: se la Sua volontà fosse stata quella di tenere il piccolino con sé almeno doveva impedirmi di allontanarmi da Lui!! L’ho implorato di tenermi legata a sé proprio nel momento in cui sperimentavo il totale distacco da Lui.
Perchè è stato così per me: quando ho preso coscienza che la vita del piccolo era cessata in me ho percepito la morte e l’assenza totale di Dio! E’ stato pauroso!!! E ho gridato: “Ti prego!! Non abbandonarmi Signore nella tentazione della disperazione!! Mai!!!”

Finalmente il 2 agosto, in occasione del Perdono di Assisi, la grazia è arrivata. Tutto ad un tratto la certezza in me che Gesù era disceso nel mio inferno di quei giorni, aveva sofferto insieme a me avendo così tanta compassione da strapparmi dalle tenebre e portarmi con sè nella Sua Luce, anche se io fino a quel momento non me ne ero ancora accorta. Un profondissimo sentimento di commozione e di riconoscenza ha avuto il sopravvento e, nonostante il dolore, ho sentito una fortissima consolazione e gioia. Il mio lutto si era trasformato: non era più disperazione fine a se stessa. Anche se piangevo per aver perso un figlio che sentivo già parte di me, (perché una madre lo sente dentro quando cresce la vita e da quel momento non è più sola!!) mi accorgevo che il dolore aveva già in sè il germe della consolazione! Ero salva!!

Si può essere felici anche nella sofferenza e nel dolore se si lascia fare a Dio Creatore!

Ad ognuno di noi vengono richiesti sacrifici differenti, ma non è forse questa la scelta di ogni cristiano? Essere laddove è Gesù Cristo!
Ora, se resistiamo con Lui sulla croce, certo Gesù non potrà negarci il Paradiso dopo ognuna delle nostre piccole e grandi morti quotidiane!!

Io e Raffaele abbiamo sperimentato che la difficoltà e la sofferenza di dire si sono meno dolorose della ribellione nel dire no! La prima, infatti, ti àncora di più a Dio e allo Spirito Santo Consolatore, la seconda invece ti lascia nel baratro della disperazione e dell’assenza di Dio!! Inoltre, Dio non ci lascia se non lo lasciamo noi!! Lui è davvero Vita che non finisce e i nostri piccoli sono già nella Vita!! Dobbiamo stare nella stessa Vita, appiccicati a Dio anche quando non capiamo cosa sta succedendo o quando ci si chiede di morire … morire ad un desiderio grande come quello di poter toccare, amare e veder crescere i propri figli!!!

Ma i figli non sono esattamente nostri! Sono Figli di Dio come lo siamo noi!!!
Aprendoci alla vita, contribuiamo alla creazione di Figli di Dio che Lui ci dona in prestito per accompagnarli e portarli a Lui. Non importa per quanto tempo … il valore del prestito è lo stesso indipendentemente dal numero dei giorni!!

Per ben due volte a noi è stata data una maternità ed una paternità il cui significato va oltre ogni limite, va al di là dello spazio, del tempo e della morte e il cui valore si cela nell’immenso respiro dell’eternità!!!

E’ per questo che possiamo dire insieme a Giobbe: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto!” E soprattutto “Sia benedetto il nome del Signore”!!!

Cristina e Raffaele